Prima att.
Latinismo da
velamen, partic. diffuso nel lat. tardo specie in ambito ecclesiastico (cfr. Viel,
«Quella materia ond'io son fatto scriba», p. 394). Nelle opere dantesche è esclusivo della
Commedia, dove ricorre sempre in senso fig. a indicare ciò che limita o ostacola la compiuta conoscenza del vero, un impedimento alla piena comprensione di qsa, oppure l'apparenza dietro cui si cela una verità. Il primo luogo in cui occorre
velame, a
Inf. 9.63, «è il più diretto avvertimento al lettore [[...]] sulla presenza nel poema di un significato allegorico, di un senso che, secondo la formula del
Convivio, "si nasconde sotto 'l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna" (II 1 2)» (
Inglese,
ad l.). Dante esorta il lettore a prestare attenzione alla scena da lui rappresentata, poiché dietro il
velame «de li versi strani» («cioè sotto il coprimento», chiosa
Francesco da Buti,
ad l.) si cela una importante verità: il
velame è dunque il senso letterale, dietro cui si cela l'allegoria. Un simile avvertimento è anche a
Purg. 8.19-21, dove l'evento letterale è il
velo (vd.) dietro cui si cela un
vero (vd.) importante: «aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, / chè 'l velo è ora ben tanto sottile, / certo che 'l trapassar dentro è leggero». Nel Trecento,
velame ricorre spec. in senso fig., secondo l'uso dantesco (cfr.
Corpus TLIO).
Autore: Chiara Murru.
Data redazione: 01.02.2019.
Data ultima revisione: 12.06.2021.