Dal lat.
ingenium (DELI 2 s.v.
ingegno), che indica l'insieme di quelle caratteristiche e capacità umane (sia fisiche sia intellettive) che sono naturali e innate (cfr. TLL s.v.
ingenium, 7, 1.1522). Questo fondamentale signif. trova riscontro nelle def. di Papia (Papias,
Elem., c. 79v: «
Ingenium est interior vis animi quo persaepe invenimus quae ab aliis non didicimus. dictum quasi intus
genitum vel
genium id est 'naturale'») e di Uguccione (Cecchini,
Uguccione, G 39, 21: «Genium componitur cum in, et dicitur hoc ingenium in eodem sensu; illa prepositio addita nil ibi operatur nisi quod notat ingenium esse intrinsecam vim anime et naturalem, unde et dicitur ingenium quasi 'intus genitum', scilicet a natura»). Anche le att. dantesche rimandano sostanzialmente a tale signif., come nota
Francesco da Buti ai passi di
Inf. 2.7 («
Ingegno secondo Papia è una virtù interiore d'animo, per la quale l'uomo da sé trova quello che dalli altri non à imparato») e
Inf. 26.21 («questo
ingegno è quello che i Poeti chiamano
genio, che fingono che è uno idio singulare a ciascuno uomo, col quale nasce e muore»), nei quali si cita direttamente Papia. In ogni caso, è possibile riconoscere nell'uso dantesco un'articolazione semantica piuttosto variegata, che continua una trad. volg. del termine iniziata alla metà del sec. XII (cfr.
Corpus OVI). Il signif.
1 è rif. alle qualità innate che plasmano l'intelletto e l'indole di un individuo. In tale accezione,
ingegno ricorre sempre in combinazione con
arte (rif., all'opposto, a qualità che si acquisiscono con la pratica o lo studio), per intendere l'insieme delle capacità intellettive e tecniche dell'uomo, frutto sia della propria indole sia della propria esperienza nel mondo. A tal proposito, cfr. l'
Anonimo Fiorentino («col sapere, e con l'esperientia»), Cristoforo Landino («qualunche cosa l'huomo intende è o per ingegno naturale, onde noi dician 'conoscere', o arte, i. doctrina, onde diciamo 'imparare'») e Chiavacci Leonardi («lo sforzo congiunto della capacità intellettiva e di quella tecnica») a
Purg. 27.130. Nel passo di
Par. 10.43 ad
arte e
ingegno è accostata anche la voce
uso, da intendersi nel senso di 'pratica concreta' (
Francesco da Buti,
ad l., interpreta i tre sost. come la triade delle qualità retoriche e poetiche per eccellenza: «
l'ingegno; cioè mio,
e l'arte; cioè la Retorica e la Poesi,
e l'uso; cioè l'esercizio che fa l'uomo pronto a dire, e l'arte insegna, e lo ingegno assottiglia a trovare nuovi modi»). Nei passi di
Par. 13.73 e
Par. 22.114
ingegno assume il senso di 'indole, inclinazione naturale', con rif. alla diversa natura (e, dunque, anche al diverso intelletto) con cui nasce ogni individuo e che viene determinata sia dall'influsso celeste sia dalla disposizione della materia (cfr. Chiavacci Leonardi a
Par. 13.72). Dal primo signif. si sviluppano le accezioni
2 e
3. Il signif.
2 è perlopiù relativo all'ispirazione poetica unica e individuale, unita alle doti concrete che sostengono il poeta nella composizione del poema e che vengono più volte invocate. Nel passo di
Inf. 2.7 il sost. ricorre nell'espressione
alto ingegno, la quale, presente anche in
Vn 31.8-17.35 («Non è di cor villan sì alto ingegno, / che possa imaginar di lei alquanto»), ha la sua prima att. in
Brunetto Latini, Rettorica, nella forma del superl. assol. (p. 30.9: «cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo ingegno [[...]] si ritrassero ad alcuno altro queto studio»; cfr.
Corpus OVI). A parte stanno le espressioni
altezza d'ingegno (
Inf. 10.59) e
ingegno sottil (
Purg. 12.66); la prima allude alle grandi doti intellettive e dottrinarie che Dante possiede e che Cavalcante de' Cavalcanti attribuisce anche a suo figlio Guido, mentre la seconda, usata con valore meton., è rif. a chi è dotato di acute ed eccezionali capacità artistiche. Dal signif.
3, che comprende un bacino piuttosto ampio e generico di accezioni, si isolano le occ. di
Purg. 14.54 e
Par. 24.81, nelle quali
ingegno assume rispettivamente la connotazione neg. di 'capacità di usare il proprio intelletto e la propria dottrina a fini ingannevoli' e quella, con valore estens., di 'trappola, inganno'. In queste accezioni, la voce
ingegno è considerabile un
gallicismo semantico (cfr. Cella,
I gallicismi, p. XXXI e DEI s.v.
ingegno). Per l'uso del termine nel complesso delle opere dantesche e i suoi precedenti nelle fonti classiche e mediev., cfr. ED s.v.
ingegno e la bibliografia ivi cit.
Locuz. e fras. Vd.
Nota.
Autore: Francesca Spinelli.
Data redazione: 04.04.2025.
Data ultima revisione: 29.11.2025.