Vocabolario Dantesco
indiare v.
Commedia 1 (1 Par.).
Commedia india Par. 4.28 (:).
Vocabolari: Crusca in rete, ED.
Prima att. Il parasintetico, formato a partire da Dio, è neoformazione dantesca. Il prefisso in-, molto più produttivo nella Commedia (in specie nel Paradiso) che nelle altre opere, è utilizzato in modo «seriale» (Contini, Un'idea, p. 200) per formazioni verbali parasintetiche con valore incoativo (cfr. Tollemache in ED s.v. parasinteti, p. 491). La definizione qui proposta tiene conto della riflessione dantesca su una serie di questioni teologiche e filosofiche riguardanti in particolar modo la teoria della conoscenza e quella della visio dei per essentiam (per cui cfr. almeno Ureni, Parasinteti; Nardi, Sigieri, pp. 225-228; Id., La conoscenza e Ara, Deificazione). Nel caso specifico di indiare (vd. anche inluiare e inleiare, che a Dio fanno rif.), il verbo designa l'immediata e diretta compenetrazione intellettuale fra l'intelligenza creatrice e la mente creata (qui l'angelo, sostanza esclusivamente intellettuale, cfr. Conv. 3.13.5) e, insieme, l'assimilazione di quest'ultima alla prima attraverso la contemplazione del volto di Dio («facie ad faciem» I Cor., 13.12), dal quale «nelle intelligenze [separate] raggia la divina luce» (Conv. 3.14.4). Tale assimilazione si intende come conformazione dell'intelletto alla divinità così da partecipare della sua intelligenza («lumen gloriae [...] intellectum in quadam deiformitate constituit» Tommaso, S. T. I, q. 12, a. 6 e «intellectus videntis Deum assimilatur rebus quae videntur in Deo, inquantum unitur essentiae divinae» ibid. a. 9 ): per cui colui che più s'india è «quello che riceve più formazione da Dio» (Iacomo della Lana), «[[ille qui]] magis conformat se Deo» (Benvenuto da Imola). Nella contemplazione dell'aspetto di Dio si contemperano quindi la partecipazione della sua divinità e la «beatitudine dello 'ntelletto» (Conv. 3.13.2). I modi di tale compenetrazione intellettuale sono ben esplicitati altrove nel poema (con rif. all'anima beata): «Luce divina sopra me s'appunta, / penetrando per questa in ch'io m'inventro, / la cui virtù, col mio veder congiunta, / mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio / la somma essenza de la quale è munta. / Quinci vien l'allegrezza ond' io fiammeggio» (Par. 21.83-87, cfr. anche Par. 14.40-42). Il neologismo dantesco presuppone inoltre l'idea della graduabilità: ad indiarsi, nel contesto in questione, sono i Serafini, «che in Dio più l'occhio hanno fisso» (Par. 21.92), occupanti infatti la più alta posizione fra le gerarchie angeliche e rispondenti al più alto grado di ardore di carità: «dice, che intra li Serafini e Dio nulli Angioli altri sono in mezzo, e però cuoprono la faccia e li piedi di Dio sedente, però che tutti gli altri Angeli non possono più perfettamente di costoro apprendere la divina maiestate; e però di tanta maggiore caritade senza dubbio sono illuminati, quan[t]o di più ardente movimento del divino amore sono infiamati» (Ottimo; e cfr. Tommaso, Super Sent., lib. 2 d. 9 q. 1 a. 1 ad 6 e Id., S. T. I, q. 12 a. 6 e q. 108 a. 5).
Autore: Francesca De Blasi.
Data redazione: 27.09.2018.
Data ultima revisione: 28.02.2019.
1 Pron. Assimilarsi a Dio nella contemplazione, partecipando della sua beatitudine e della sua intelligenza.
[1] Par. 4.28: D' i Serafin colui che più s'india, / Moïsè, Samuel, e quel Giovanni / che prender vuoli, io dico, non Maria, / non hanno in altro cielo i loro scanni / che questi spirti che mo t'appariro, / né hanno a l'esser lor più o meno anni; / ma tutti fanno bello il primo giro, / e differentemente han dolce vita / per sentir più e men l'etterno spiro.