| Commedia |
inmilla Par. 28.93 (:). |
Prima att. Formazione parasintetica verbale su
mille, di prob.
conio dantesco (cfr. Di Pretoro,
Innovazioni lessicali, pp. 20-21; Viel,
«Quella materia ond’io son fatto scriba», p. 274), affine ad altre neoformazioni su numerali (vd.
incinquare,
internare,
intreare). Il verbo è impiegato nel poema un'unica volta, con rif. iperbolico alla straordinaria quantità delle
scintille (vd.), cioè dei punti luminosi che rappresentano le anime dei beati, improvvisamente sprigionate dai cerchi angelici. Assieme alla rapida allusione alla nota leggenda dell'inventore degli scacchi e del re di Persia (vd.
scacco),
inmillare contribuisce a restituire l'idea di un numero grandissimo, «superiore a ogni nostro calcolo e immaginazione, sebbene in sé finito» (Casini-Barbi
ad l.). Dopo Dante l'uso del verbo resta limitato al circuito esegetico del poema (vd.
TLIO s.v.); si segnala tuttavia una ripresa nel componimento
Donna, nel volto mio dipinto porto, attribuito dubitativamente al Boccaccio («l'affanno incredibile e 'l martiro / che per la bocca e per gli occhi sfavilla, / sento il dolor, che crescendo s'immilla» Id.,
Rime, pt. II [Dubbie], 36, vv. 82-84). Per la fortuna della formazione dantesca nella lirica moderna, vd. GDLI s.v.
immillare.
Autore: Barbara Fanini.
Data redazione: 29.08.2022.
Data ultima revisione: 29.10.2022.