Prima att. Derivato da
sorridere (vd. Nocentini s.v.
sorriso). Il sost. è att. per la prima volta a
Par. 18.19, ove assume il valore di 'lieve contrazione delle labbra atteggiate a un riso appena accennato' (vd.
Corpus OVI). La luce del sorriso di Beatrice costringe Dante a guardare nuovamente verso Cacciaguida; «la terzina indugia su questa bellezza, già dichiarata ineffabile, lasciando intendere come quella realtà soprannaturale sopraffacesse i sentimenti umani, appagando [...] ogni desiderio del cuore» (vd. Chiavacci Leonardi,
ad l.). Tra gli antichi commentatori solamente
Francesco da Buti si sofferma sul signif. del sost., chiosandolo nel seguente modo: «cioè non d'uno aperto ridere; ma sogghignare, come fa lo savio che non apertamente ride: imperò che l'aperto ridere mostra dissoluzione». Benvenuto da Imola, invece, insiste perlopiù sul senso del passo in gen.: vd., infatti, la chiosa «quia scilicet, visus meus sustinere non poterat excellentiam luminis laetitiae eius». Il sost., raro nell'it. antico, «ma panromanzo» e partic. vitale in area galloromanza (Viel,
«Quella materia ond'io son fatto scriba», pp. 367-368), conserva la sua rarità nella trad. letteraria immediatamente successiva alla
Commedia (vd.
Corpus OVI), per poi diffondersi capillarmente in età moderna (vd. GDLI s.v.
sorriso). Nella trad. manoscritta di
Par. 18.19 è att. la var.
suo riso in Laur, in luogo di
sorriso. La voce
riso, che ricorre più volte nella
Commedia, nel passo potrebbe dare senso; tuttavia, considerando che la var. è att. in un solo ms. e che, rif. a Beatrice, è ampiamente diffuso il verbo
sorridere, sembra preferibile la
difficilior sorriso.
Autore: Francesca Carnazzi.
Data redazione: 24.07.2026.
Data ultima revisione: 24.07.2026.