Vocabolario Dantesco
fica s.f.
Commedia 1 (1 Inf.).
Altre opere1 (1 Fiore).
Commedia fiche Inf. 25.2 (:).
Altre opere fica Fiore 176.14 (:).
Dal lat. tardo fīca in luogo di fīcum con metaplasmo di genere, «sul modello del gr. sûkon ‘fico’ che attraverso ‘tumorello’ è passato in Aristofane ad indicare la parte sessuale muliebre» (cfr. DEI s.v. fica 1). La voce fica è ben att. nell'it. antico (e principalmente nel tosc.) a partire dal XIII sec., soprattutto nelle espressioni fras. fare la fica/fare le fiche (vd. TLIO s.v. fica e Corpus OVI). Usato da Dante in senso assol., il termine indica il gesto di Vanni Fucci che, potenziato dall’imprecazione verbale «Togli, Dio, ch'a te le squadro!» (vd. squadrare), concentra in sé tutta la blasfemia e la bestialità del personaggio. Che la voce fosse all'epoca conosciuta trova conferma nel silenzio dei più antichi commentatori. Fa eccezione il Buti ad l., che però non sembra identificare correttamente il gesto («questa fica è uno vituperoso atto, che si fa con le dita in dispregio e vituperio altrui, e non se ne può fare se non due da ogni mano con le dita, e però dice l'autore con ambedue, per significare che tante ne fe, quante potè; cioè due da ogni mano»). Un importante contributo interpretativo viene dai commenti figurati del sec. XIV analizzati da Mazzucchi (Le "fiche" di Vanni Fucci, pp. 132-136), il quale ha anche chiarito come il legame tra fica e il gesto osceno non sia da rintracciare, come vuole la trad. avallata dalla Crusca (cfr. Crusca (1-5) s.v. fica), nell’esposizione (o nella raffigurazione) dell’organo sessuale femminile, per il quale la denominazione fica si affermerà solo più tardi, bensì nell’accezione di fica (o fico) nel linguaggio medico e veterinario antico nel senso di ‘tumore, escrescenza carnosa’ «che s’osserva d’ordinario intorno alle aperture naturali del corpo e sugli organi della generazione dei quadrupedi domestici, e più specialmente degli asini e dei muli» (cfr. GDLI s.v. fico). È quindi plausibile, come nota ancora Mazzucchi (Le "fiche" di Vanni Fucci, pp. 142-144), che fare le fiche significasse effettivamente imitare con le dita le escrescenze carnose che crescevano soprattutto sui genitali di determinati animali. Nel caso di Vanni Fucci il discorso è ancora più calzante: il ladro pistoiese, che a Inf. 24.124-125 aveva dichiarato che «Vita bestial mi piacque e non umana, / sì come a mul ch’i fui» e dunque si era paragonato a un mulo, nei versi iniziali di Inf. 25 alza le "escrescenze" verso Dio, invitandolo a strappargliele via («"Togli, Dio, ch'a te le squadro!"»). Per tutto cfr. anche Berisso, Gestacci e Petoletti, «Taccia Lucano. Taccia […] Ovidio». Per altre ipotesi vd. Bellomo ad l., che associa il gesto «all’augurio di ammalarsi»; e precedentemente Baldelli, Le «fiche» di Vanni Fucci.
Autore: Francesca Spinelli.
Data redazione: 27.12.2021.
Data ultima revisione: 28.02.2022.
1 Gesto osceno consistente nel porre il pollice fra l’indice e il medio serrando la mano a pugno e rivolgendola a qno a scopo di offesa.
[1] Inf. 25.2: Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, / gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».