| Commedia |
disuna Par. 13.56 (:). |
Prima att. Formazione parasintetica verb. sul numerale
uno di prob.
matrice dantesca, in rima antonimica con
adunare (vd.) (cfr. Di Pretoro,
Innovazioni lessicali, p. 14; Viel,
«Quella materia ond’io son fatto scriba», p. 76). Il verbo, assieme al parallelo e altrettanto innovativo
intreare (vd.), che occorre al verso successivo, è chiamato a rappresentare il mistero della Trinità cristiana e del rapporto fra le sue persone, inesprimibile con parole umane. Ciò che non acquisisce individualità distaccandosi dal «suo lucente» (il Padre, v. 56) e dallo Spirito Santo è la luce (il Figlio), che ai due si «intrea» (v. 57), ovvero si unisce come terzo. Gli antichi commentatori mettono in risalto la non divisibilità di quest'ultimo da Dio: «est unus Deus secum, nec dividitur ita ab eo» (Benvenuto da Imola,
ad l.); «cioè che non si diparte dall'unità de la sustanzia del Padre» (
Francesco da Buti,
ad l.). L'
Ottimo commento si sofferma più a lungo sul verbo e sul concetto di unità a questo legato: «che non si disuna ec., cioè non è altro Idio se non com'egli; perchè Idio è il Padre, Idio il Figliuolo, Idio lo Spirito Santo, non però sono tre Idii, ma uno Idio; Signore il Padre, Signore il Figliuolo, Signore lo Spirito Santo; ed impertanto non sono tre Signori, ma è uno»,
ad l.). Si segnala una ripresa della forma verb. nel Novecento da parte di Pascoli in un passo di commento a Dante (vd. GDLI s.v.
disunare).
Autore: Valentina Iosco.
Data redazione: 12.02.2025.
Data ultima revisione: 24.03.2025.