Dal lat.
romanus (vd. DELI 2 s.v.
romano 1). La voce, ampiamente att. nell'it. antico, ricorre per la prima volta come agg. nel
Ritmo laurenziano, datato al XIII sec. e di area tosc., ove compare la locuz.
apostolico romano con rif. al papa (vd. TLIO s.v.
romano 1 3). Il vocabolo è presente nella lingua di Dante sia sul versante del lat. sia su quello del volg., soprattutto nel
Conv. (vd. ED s.v.
romano). Tuttavia, se nel
De Vulg., nelle
Ep., nella
Mon. e nella
Questio ricorre come sost. nel signif. di 'Romani, appartenenti al popolo o all'Impero Romano' (vd. VDL s.v.
Romani, -orum), entro la
Commedia la voce, che è att. in tutte le cantiche e che ricorre sia come agg. sia come sost., assume diverse sfumature semantiche. Vale 'abitante di Roma' a
Inf. 18.28, nel contesto di una similitudine tra i peccatori della prima bolgia e i pellegrini che si recano a Roma nell'anno giubilare: sia i primi sia i secondi, infatti, marciano per file parallele, rispettivamente sui margini della bolgia stessa e sul ponte di Castel Sant'Angelo. Il signif. 'che è proprio dell'antica Roma o del suo popolo', invece, è att. a
Purg. 10.74, nella locuz.
roman principato, con rif. all'imperatore Traiano, e a
Purg. 32.102, con rif., in contesto metaf., alla Roma celeste come designazione del Paradiso. È poi att. il signif. di 'chi appartiene al popolo dell'antica Roma' a
Inf. 15.77, nella profezia dell'esilio quando Brunetto riconosce in Dante un cittadino fiorentino di sangue puro, derivato dai Romani che anticamente fondarono la città; lo stesso vale per
Inf. 26.60, dacché parimenti rif. agli antichi Romani in relaz. a Enea, nobile progenitore del popolo, per
Par. 6.44, ove si nominano le guerre repubblicane che videro scontrarsi i Romani contro i Galli e contro Pirro, e per
Par. 19.102, in rif. al segno dell'aquila che rese i Romani «degni di reverenza da parte di tutto il mondo» (vd. Chiavacci Leonardi,
ad l.); infine, è att. il signif. 'della chiesa di Roma in quanto sede del papato' a
Pug. 19.107 nella locuz.
roman pastore, per indicare il papa. Gli antichi commentatori non si soffermano sul signif. della voce, in quanto chiaro. Nell'it. contemporaneo la voce, sia come agg. sia come sost., è registrata come fondamentale (vd. GRADIT s.v.
romano). Nella trad. manoscritta di
Purg. 10.74 è att. la var.
human in luogo di
roman, in Po, prob. esito di un errore di lettura.
Locuz. e fras. Le locuz.
roman principato e
roman pastore istituiscono un parallelismo efficace tra imperatore e papa, in relaz. alla città di Roma. Nel dettato dantesco, dunque, si configurano come le parti di un dittico: vd.
Nota. È da segnalare, peraltro, la presenza della medesima locuz. rif. al papa in
Conv. 4.29.2: «e meritaro di ricevere la rosa dallo romano Pastore: onore deggio ricevere e reverenza dalla gente». Per
roman principato vd. anche
principato; per
roman pastore vd. anche
pastore.
Autore: Francesca Carnazzi.
Data redazione: 21.11.2024.
Data ultima revisione: 29.11.2025.