| Commedia |
meretrice Inf. 13.64. |
| Altre opere |
meretrice Conv. 1.9.5, 1.11.21; meretrici Conv. 4.12.8.
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Dal lat.
meretrix, da
merēre 'guadagnare' (DELI 2 s.v.
meretrice), il sost. è ampiamente att. in volg. sin dagli inizi del sec. XIII (cfr. TLIO s.v.
meretrice). Nella
Commedia, il vocabolo occorre
entro il lungo discorso di Pier della Vigna (
Inf. 13.57-78), a rappresentare l'invidia che s'insinua all'interno della corte di Federico II, secondo un motivo ovidiano («protinus invidiae nigro squalentia tabo tecta petit»
Met. II 760), già segnalato dall'
Anonimo fior.: «di questa invidia distesamente parla Ovidio nel secondo libro del
Metamorfoseos». I primi esegeti sono concordi nel riconoscere in tale figura la personificazione dell'invidia, ma offrono diverse interpretazioni. Ad es.
Maramauro («como la meretrice va per li logi dove sono le gente per farsi vedere, como sono le corte de li signori, cossì la invidia non torse li ochi da lo ospitio de Cessare»);
Boccaccio («come quelle femine hanno alcun merito da coloro a' quali elle si sottomettono, così la 'nvidia aver per merito il disfacimento di colui, al quale ella è portata»);
Francesco da Buti («come la meretrice si muove per prezzo a compiacere l'uomo; così la invidia nasce del bene altrui»). Nel
Convivio il sost. ricorre in senso metaf. con rif. alla degradazione della letteratura (
Conv. 1.9.5) o alle ricchezze effimere (
Conv. 4.12.8). Come agg., vale fig. 'corrotto, moralmente riprovevole' nell'espressione ingiuriosa «bocca meretrice» rivolta ai detrattori del volgare, che impiegano una lingua diversa dalla propria (
Conv. 1.11.21).
Autore: Francesca De Cianni.
Data redazione: 22.06.2018.
Data ultima revisione: 31.07.2023.