Latinismo riconducibile all'articolato ventaglio dantesco di etichette associate a concetti linguistici, che trovano di norma la loro prima fonte nel
De vulgari eloquentia. Lì
loquela costituisce significante complementare a
locutio, dove quest'ultimo si configura come
nomen actionis (il parlare, la facoltà del linguaggio) e l'altro come
nomen rei actae (la lingua; vd. VDL s.v.
loquela e Tavoni,
Contributo, pp. 386-388, 395-397 e Tavoni,
Ancora su De vulgari eloquentia, p. 472). Nel
Convivio,
loquela ricorre invariabilmente nel signif. di 'specifica lingua parlata', e la medesima accezione sembra riproporsi anche a
Par. 29.131. Qui secondo l'ED s.v.
loquela la voce indicherebbe 'il linguaggio, la parola umana', tuttavia il contesto sintattico rivela chiaramente la proprietà quantificabile («mai non fu [...] che» 'non ci fu mai
nessuna [...] che') del concetto da essa espresso, che non può dunque consistere nella facoltà del linguaggio. Questo signif. è invece riscontrabile a
Par. 27.134, dove la locuz.
loquela intera si contrappone al
balbutire (vd.) infantile (rispettivamente la 'facoltà linguistica compiutamente formata' propria dell'età adulta e il 'parlare incerto e frammentato' dei bambini). Nella brusca allocuzione di Farinata a Dante di
Inf. 10.25 il dannato identifica il suo interlocutore come fiorentino attraverso la sua
loquela, che vale 'lingua' qui intesa nella più specifica accezione di 'accento, modalità di pronuncia' riconoscibile per via fonoacustica (cfr.
montanina e
rusticana loquela di
De vulg. 1.11.6, parlate selvatiche caratterizzate da
enormitas accentus; come già rilevavano i commentatori antichi, fra cui l'
Ottimo e Guido da Pisa, il verso messo in bocca a Farinata è di matrice evangelica: cfr.
Mt., 26, 73 «loquela tua manifestum te facit»).
Autore: Nicolò Magnani.
Data redazione: 13.12.2023.
Data ultima revisione: 18.03.2024.