Vocabolario Dantesco
adorare v.
Commedia 3 (1 Inf., 1 Purg., 1 Par.). [+var.: 1 (1 Inf.)]
Altre opere1 (1 Conv.).
5 (4 Fiore, 1 Detto).
Commedia adora Par. 18.125; adorar Inf. 4.38; adori Purg. 5.71. [+var.: adorate Mart Pr Triv Inf. 19.114; adorati Mad Inf. 19.114; aorate Eg Ham Inf. 19.114].
Altre opere adoravano Conv. 2.4.6.
adorando Fiore 95.11, 120.7; adorar Fiore 229.7; adori Fiore 5.11; adoro Detto 32.
Dal lat. adorare, da ad- 'verso' e orare 'pregare' (LEI s.v., 1, 791.1), vitale nella latinità (cfr. TLL s.v. adoro, 1, 818.70; MLW s.v., 1.242) e presente nella tradiz. tomistica: cfr. Tommaso, Lexicon s.v. (vd. in partic. S. Th., III, q. 25, a. 1-6). Il verbo è doc. in volg. sin dalla seconda metà del sec. XII e, come in lat., si trova nel duplice signif. di 'venerare' e di 'pregare' (TLIO s.v. adorare). Nel poema, adorare è adoperato con la costruzione etimologica indir. di 'rivolgere preghiere a' (per cui, vd. Ageno, Verbo, p. 52) nell'occ. di Inf. 4.38 (§ 1), per esprimere, secondo la spiegazione di Virgilio, la colpa degli abitanti del Limbo di non aver adorato Dio debitamente, «cioè credendo nel Cristo venturo, come fecero gli ebrei» (Bellomo, ad l.) dell’era precristiana. Ancora intrans., il verbo è inteso come 'pregare per qno' (§ 1.1), in due luoghi: nella forma impers. di Purg. 5.71, in relaz. alle preghiere recitate dai vivi in favore dello spirito penitente che per primo qui parla, Iacopo da Fano: «per me s'adori» (§ 1.1 [1]); in Par. 18.125, in relaz. alle preghiere della schiera dei santi (milizia del ciel) in favore degli uomini che hanno smarrito la retta via: «adora per color che sono in terra / tutti svïati dietro al malo essemplo» (§ 1.1 [2]). In altre opere il verbo ricorre con valore trans. nell'accezione propr. di 'venerare' (Conv. 2.4.6), anche con carattere dissacratore (Fiore 5.11; 95.11; 229.7), e in senso assol. come 'implorare; chiedere l'elemosina' (Fiore 120.7), mentre nel rifl. intrans. di Detto 32 assume il senso di 'prostrarsi in adorazione' («a llui m'adoro»). A Inf. 19.114, aorate (Eg Ham), adorati (Mad) e adorate (Mart Pr Triv) ricorrono come var. di orate (vd. orare) col signif. già diffuso nel lat. classico e mediev. di 'fare oggetto di devozione' (cfr. TLL s.v. oro, 9, 2, 1044.70-71, dove il verbo «vergit in notionem venerandi, colendi [[...]] honorandi»; Du Cange s.v. orare 2). Petrocchi (Introduzione, pp. 180-181) osserva che «le varianti adorate e onorate […], quantunque ammissibili, non hanno la proprietà della prima lezione» (vd. anche Petrocchi I, p. 326 e Tollemache in ED s.v. orare).
Autore: Francesca De Cianni.
Data redazione: 26.04.2021.
Data ultima revisione: 01.11.2021.
1 Onorare (la divinità cristiana).
[1] Inf. 4.38: e s'e' furon dinanzi al cristianesmo, / non adorar debitamente a Dio: / e di questi cotai son io medesmo.
1.1 Recitare preghiere per qno.
[1] Purg. 5.71: ti priego, se mai vedi quel paese / che siede tra Romagna e quel di Carlo, / che tu mi sie di tuoi prieghi cortese / in Fano, sì che ben per me s' adori / pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
[2] Par. 18.125: O milizia del ciel cu' io contemplo, / adora per color che sono in terra / tutti svïati dietro al malo essemplo! 
[ 2 +var. Fare oggetto di devozione. ]
[1] Inf. 19.114: Fatto v'avete dio d'oro e d'argento; / e che altro è da voi a l'idolatre, / se non ch'elli uno, e voi ne orate cento? ||  aorate Eg Ham, adorati Mad, adorate Mart Pr Triv