Deverbale da
mutare (vd.), le cui prime att. appaiono in formule reduplicate, simili a quella dantesca (per l'es. nel
Lucidario pis. vd. sotto
Nota - locuz. e fras.). Come sost. il semplice
muta è att. per la prima volta in
Cecco d'Ascoli: «Sono dal ciel potenzie già venute / Che differenza fanno tra gli umani / Secondo che fa il cerchio le sue mute» (cfr.
Corpus OVI).
Locuz. e fras. Risale alla fine del sec. XIII la locuz.
di muta in muta att. nel
Lucidario pis.: «come hora trapassa l'una generatione a presso l'altra per la morte et una generatione rimane in terra per la vita, tucto similiantemente serebbeno montati in cielo di muta in muta, infine a tanto che lo numero fusse conpiuto» (cfr.
Corpus OVI). Nella
Commedia, a
Inf. 14.55 si ha la locuz. avv.
a muta a muta col senso di 'a vicenda, uno dopo l'altro': nel passo si fa rif. agli «altri» (v. 55) fabbri dell'Etna oltre Vulcano, vale a dire i Ciclopi, che lavorano alternandosi nella nera fucina di Mongibello. Tra gli antichi commentatori, si sofferma sul signif. dell'espressione Boccaccio nelle
Esposizioni: «cioè faccendogli, poi che alcuni stanchi ne fieno, fabricar gli altri, e così que' medesimi, poi che riposati feno, né altro faccian che folgori per ferirmi» (
ad l.). Nella trad. letteraria successiva a Dante sono scarse le att. della locuz. Interessante è la forma avv.
a muta, che ricorre unicamente in
Giovanni Villani (ed. Moutier), a. 1348, L. 11, p. 239.2: «al continovo v'erano per comune due quartieri di Pisa e scambiavansi a muta, e talora tre quartieri, e così di loro molti contadini e balestrieri genovesi».
Autore: Valentina Iosco.
Data redazione: 17.11.2025.
Data ultima revisione: 24.07.2026.