Il sost. deriva dal neutro lat.
fel,
fellis, a cui si è affiancato un lat. volg. *
fele, con
e breve in sillaba libera, che spiega la presenza del dittongo nella forma oggi comune
fiele. La primitiva voce lat. è continuata dalle forme senza dittongo
fele (assai diffusa in epoca antica e rimasta viva in alcune varietà tosc.) e
felle (quest’ultima dovuta all’influsso dei casi obliqui con -
ll-). Per tutto cfr. Castellani,
Saggi, I, pp. 125, 132, 167-168. Dante usa il sost. in tutte e tre le forme, distribuendolo nelle tre cantiche e riservando la voce più latineggiante
felle al contesto paradisiaco (
Par. 4.27), dove ricorre in rima con
stelle e con il puro latinismo
velle. Dal signif. primario di ‘bile’, il vocabolo è usato fin dal sec. XIII nell’accezione estens. di ‘liquido dal sapore amaro', prestandosi a usi fig. (cfr.
TLIO e vd.
amaro). Assai comune la dittologia con
aceto (vd.), come a Purg. 20.89, dove è chiara la reminiscenza evangelica (Matth. 27, 34, e 27, 48, cfr. Inglese ad l.). In senso fig. e con chiaro rif. all’amarezza caratteristica del liquido nell’espressione comparativa «più amaro che fiele» in
Fiore (espressione già di Guittone).
Autore: Veronica Ricotta.
Data redazione: 27.09.2018.
Data ultima revisione: 12.10.2026.