Dal lat.
verbena, che indicava il ramoscello di una pianta impiegato per le cerimonie rituali (Nocentini s.v.
verbena), con trasformazione da -
b- a -
m- prob. dovuta a etimologia popolare. Allo stesso ambito semantico riconducono parecchie delle occ. due-trecentesche dell'it.
vermena rintracciate nei volgarizzamenti, le quali traducono vocaboli lat. come
vimen o
virgultum (cfr.
Corpus DiVo). La prima occ. in it. antico di
vermena, localizzata nell'anonimo componimento abruzzese duecentesco
Lamentatio Beate Marie de filio, è invece rif. alle verghe con cui venne frustato Cristo (vv. 11-14: «Quillu lu fece nudu spoliare / E a la colonna strictu legare. / Facealu vattere co le vermene: / Guastao la carne et ruppe le vene»); cfr.
Corpus OVI. A un ramoscello giovane e tenero fa rif. anche l'att. della voce nella
Commedia, impiegata per descrivere il secondo dei tre stadi di sviluppo di un'anima trapiantata nella selva dei suicidi: essa, dopo aver germinato, si trasforma in virgulto e infine diventa un arbusto vero e proprio. A tal proposito, cfr. l'
Ottimo ramo α (
Ottimo,
Inf.,
Appendice al canto XIII, p. 325: «e poi pianta salvatica, sí che hae tre gradi: prima erba, poi verminetta, poi pianta») e
Giovanni Boccaccio («la pianta è maggiore che la vermena, in quanto la vermena non pare ancora atta a trapiantare per la sua troppa sottiglieza, dove la pianta, essendo già più ferma e più cresciuta, è atta a trapiantare»)
ad l.
Autore: Francesca Spinelli.
Data redazione: 06.08.2024.
Data ultima revisione: 19.12.2024.