Vocabolario Dantesco
discettare v.
Commedia 1 (1 Par.).
Commedia discetti Par. 30.46 (:).
Par. 30.46: disetti Eg, dissetti Urb.
Att. solo nella Commedia e nei commentatori. Il verbo è tradizionalmente ricondotto al lat. disceptare, impiegato prevalentemente in ambito giuridico nelle accez. di 'disputare, discutere', 'emettere un giudizio, arbitrare (una contesa)', e dunque anche 'sciogliere (una contesa)', con valore intrans. o assol. (cfr. TLL s.v. discepto, 5.1, 1290.53). Nell'it. moderno, discettare sopravvive pressoché esclusivamente nel signif. di 'disputare, discutere (un argomento)', cui si applica spesso una sfumatura neg. (es. 'argomentare dottamente, con saccenteria'; cfr. GRADIT s.v.). Il verbo appare invece rarissimo nell'it. antico: oltre all'att. dantesca, la corrispondente voce del TLIO (s.v. discettare, § 2) segnala un'unica occ. nella terza red. delle Pistole di Seneca volg.: «La Città di Leone è arsa, la qual fu ricca, e onore di tutto il paese, e descettata da tutte l'altre, posta, e assisa sopra un bassetto monte» (ivi, ep. 91, 10, p. 269). Tale forma appare tuttavia dubbia e verosimilmente generata da un'erronea interpretazione della sequenza e(d) escettata (< lat. et excepta), che è la lez. accolta nella red. precedente dello stesso volgarizzamento (cfr. Pistole di Seneca volg., II red., 91, 10, p. 56, col. 2.35; Fanini, Una discettazione, pp. 307-308). Se si considera erronea tale occ., il passo dantesco viene a offrire l'unica testimonianza dell'impiego di tale verbo nella lingua antica. Sul piano esegetico, i primi commentatori assegnano al discetti di Par. 30.46 concordemente il valore di 'dividere, dipartire' o, al più, quello di 'disperdere, dissipare'. Intende «discetti, idest, dividat», per esempio, Benvenuto da Imola (ad l.), mentre l'Ottimo commento comprende entrambe le opzioni, glossando «diparte e toglie» (ad l.). Sulla stessa linea si colloca anche Francesco da Buti, che fa appello alle nozioni di ottica del tempo: «discetti; cioè divida, li spiriti visivi; cioè li radi visuali, che esceno da l'occhio, li quali divisi non vedono, et uniti vedono» (ad l.). Si potrà dunque intendere che il «sùbito lampo» (v. 46), con la sua intensità luminosa, disperda gli «spiriti visivi», impedendo così la convergenza della "piramide visuale" verso l'oggetto e, in definitiva, la facoltà dell'occhio (sulle teorie ottiche antiche con partic. rif. a Dante, cfr. almeno Gilson, Medieval optics and theories of light, e la bibliografia ivi indicata). Sugli spiriti dell'occhio inefficaci perché 'divisi', si veda anche Cv 3.9.14, dove Dante illustra alcune alterazioni della vista connesse a uno stato di infermità o di debolezza dell'uomo: «per infertade e per fatica» dell'organo visivo, «le cose non paiono unite ma disgregate, quasi a guisa che fa la nostra lettera in sulla carta umida». Sulla scorta dell'esegesi antica, anche i commentatori moderni si allineano sul senso di 'dividere' per il verbo dantesco; a questi ultimi, tuttavia, non sfugge l'eccentricità di tale signif. in rapporto al ventaglio semantico ammesso dal lat. discepto, che, come già visto, comprende per lo più accez. connesse all'ambito giuridico. Il valore richiesto dal passo paradisiaco appare in contrasto anche con l'impiego del verbo nell'opera dantesca lat., nella quale discepto occorre sempre nei valori attesi e connessi al dibattito verbale (cfr. Mon. 2.5.10 e 2.9.15). Per una ricostruzione dei tentativi di sanare tale scarto – anche chiamando in causa alcuni lessici e glossari mediolat. –, si rinvia a Fanini, Una discettazione, pp. 315-317.
Varianti.  Il verbo è trasmesso concordemente dall'intera trad., con l'eccezione dei codd. Eg e Urb, che leggono rispettivamente disetti e dissetti. Trattandosi di testimoni di area sett., Petrocchi (ad l.) considera tali forme non palatalizzate come alternative «meramente fonetiche» rispetto all'esito tosc. discetti. Le difficoltà interpretative che gravano sul signif. della forma messa a testo, tuttavia, inducono a tornare sulle lez. alternative disponibili: se collegate a basi etimologiche differenti (e più rispondenti alla semantica richiesta dal contesto), infatti, le forme disetti e dissetti possono rappresentare lemmi distinti e lessicalmente rilevanti. In partic., dissettare può rimandare al lat. secare, come esito diretto di dissectare 'dividere', come già suggerito da Chiavacci Leonardi, o come un parasintetico generato dal participio setto (dal lat. sectus; vd. anche setto agg.) con l'aggiunta del pref. dis- con funzione separativa. Ritiene percorribile la soluzione dissettare anche Manfredi Porena, che tuttavia considera il verbo come un opposto di assettare (dal lat. asseditare), e dunque con il valore di 'sconvolgere, disturbare'. La lez. disettare, infine, potrebbe collegarsi al lat. iactare attraverso il derivato disiectare, intensivo di disicere (propr. 'gettare qua e là, disperdere'), oppure attraverso il participio disiectus 'disperso, disgregato'; tuttavia, l'esito più atteso per un percorso simile sarebbe disiettare, con conservazione del nesso -sj-. Per un approfondimento sull'intera questione e una sintesi della bibliografia disponibile sull'argomento, si rinvia a Fanini, Una discettazione, pp. 319-322.
Autore: Barbara Fanini.
Data redazione: 28.01.2021.
Data ultima revisione: 17.12.2025.
1 Dividere e disperdere (i raggi visivi), impedendo la facoltà dell'occhio.
[1] Par. 30.46: Come sùbito lampo che discetti / li spiriti visivi, sì che priva / da l'atto l'occhio di più forti obietti, / così mi circunfulse luce viva... ||  Var. disetti Eg, dissetti Urb.