Dal lat.
concha 'conchiglia', anche 'oggetto, conformazione naturale o parte del corpo a forma di conca', a sua volta dal gr.
kónkhē (LEI s.v.
conc(h)a, 16, 932.40-42 e 972 38-41; DELI 2 s.v.
conca; TLL s.v.
concha, 4, 28.48; Cecchini,
Uguccione, C 112, 7: «hec conca, quia sit cava, vel quia luna deficiente cavatur, et invenitur conca pro quodam terreo vase»), il sost. è att. in volg. dalla prima metà del Duecento (cfr.
TLIO s.v.; GAVI 3/3, 43-45). Nel poema il vocabolo è impiegato esclusivamente a
Inf. 9.16 per indicare la cavità naturale, vasta e profonda, con cui si identifica la «valle d'abisso dolorosa» di
Inf. 4.8, rappresentata come un'enorme voragine a forma di cono rovesciato che si restringe fino al centro della Terra. La conformazione fisica della cavità infernale è ben illustrata dai commentatori antichi, che associano
conca a un largo recipiente troncoconico. Ad es.
Boccaccio,
ad l.: «nomina conca dalla similitudine che hanno alcune conche alla forma essenziale dello 'nferno, il quale, come detto è, è ampio di sopra e di sotto vien ristrignendo»; l'
Anonimo fior.: «somiglia lo 'nferno a una conca, però che, com'è detto, lo 'nferno è largo da bocca et stretto nel fondo»; Landino: «ha discripto in forma di vaso, el quale da capo comincia con più largo giro e quanto va più basso più ristringa». I commentatori moderni tendono a definire con «questo fondo della trista conca» "il basso Inferno' (vd. ad es. Malato,
ad l.), prendendo in considerazione il senso complessivo del sintagma.
Conca nel signif. di 'concavità di una superficie', raro nel Due-Trecento (prima di Dante è att. nei
Miracole de Roma, dell’ultimo quarto del sec. XIII; cfr. TLIO s.v.
conca 3), conosce una certa diffusione, anche dialettale, solo a partire dalla prima metà del Novecento (cfr. LEI s.v., 16, 955.6-39). Per l'uso della forma nella trad. letteraria successiva con richiamo dantesco all'Inferno, cfr. GDLI s.v. §
8; LEI 16, 955.1-2.
Autore: Francesca De Cianni.
Data redazione: 22.01.2025.
Data ultima revisione: 29.11.2025.